La questione energetica è ritornata centrale nel dibattito – dopo i “fasti” della prima crisi petrolifera degli anni ’70 – con un impeto molto maggiore, legato al connubio con la questione ambientale che nel frattempo è esplosa sul fronte del riscaldamento globale. La disponibilità di energia è alla base del nostro modello di società aperta, figlia della rivoluzione industriale. Ad ogni cambiamento delle fonti primarie di energia (oggi è la volta dei combustibili petroliferi, ma nel passato lo è stato per il legno e poi per il carbone) sono associate profonde modificazioni di assetti geopolitici, industriali e sociali che trasformano la civiltà. L’energia è un tema trasversale, che interessa le imprese – produttrici e utilizzatrici – i consumatori e oggi - sempre più – gli investitori. Interessi, ideologie, punti di vista si confrontano quotidianamente in un’arena sempre più infuocata e …fumosa: vorremmo contribuire ad “aumentare l’efficienza di combustione e diminuire la fumosità” di questa arena attraverso il rigore dei numeri e l’analisi serrata delle ipotesi alla base delle opinioni.

 
 
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Fiumi di polemiche

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Da quando l’anno scorso l’Unione Europea ha deciso di inserire nei piani di riduzione delle emissioni di CO2 l’utilizzo di biocombustibili, la polemica è stata sempre più infuocata.

L’obiettivo comunitario è di arrivare per il 2020 ad avere il 10% dei combustibili per i mezzi di trasporto derivanti da biomasse.
Secondo molti questo è in forte contrasto con l’approvvigionamento di cibo, in quanto le coltivazioni destinate alla produzione di biocombustibili sottraggono terreno utile alle coltivazioni per fini alimentari. Altro tasto dolente sono le riserve idriche: ci si chiede quanto sia morale nella situazione climatica attuale utilizzare riserve di acqua dolce per irrigare campi che produrranno biocombustibile…
Non voglio in questa sede entrare nel merito delle polemiche, mi limito a citare le parole di Jeroer Van der Veer, chief executive di Shell, il quale afferma che i biocombustibili non sono la panacea per i problemi energetici del nostro tempo, ma che ogni fonte di energia deve essere valutata e, se possibile, sfruttata per far fronte alla sempre crescente domanda.
Tornando a bomba sui biocombustibili, è interessante notare che comunque anche Van der Veer ha dei dubbi sulla loro utilità nel breve periodo, essendo invece più ottimista sul ruolo che occuperanno a lungo termine. Questo perché il punto su cui focalizzarsi non è tanto il biocombustibile in sé, quanto le fonti e i mezzi con cui viene prodotto: oggi i biocombustibili sono prodotti da coltivazioni di mais, grano, soia, ecc. e la loro coltivazione richiede un importante investimento di energia (riducendo così i benefici finali). Nel lungo periodo si auspica invece che i cosiddetti biocombustibili di seconda generazione (non in competizione con la produzione di cibo – derivano infatti principalmente da scarti di materiale vegetale, le ricerche più avanzate sono sull’utilizzo diretto della cellulosa – e con un investimento energetico per la produzione inferiore) passeranno dalla fase di sperimentazione a quella di produzione industriale.
La speranza è che il “salto generazionale” possa davvero portare delle risposte alla domanda energetica facendo nel contempo cessare le polemiche.


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